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Assobirra: il rapporto annuale 2016
logo_assobirra.jpgNel 2016 i consumi della birra in Italia sono stati pari a 18.873.000 ettolitri, con una lieve contrazione (-0,2%) rispetto al 2015, anno che - però - aveva registrato un sensibile incremento (+6,5%) rispetto al precedente. Più indicativo il risultato ottenuto in termini di consumi pro-capite, il cui andamento negli ultimi dieci anni ha rispecchiato quello dell’economia italiana, con una accentuazione di ulteriore positività. Nel 2016 il consumo pro-capite di birra ha segnato i 31,1 litri/anno, lo stesso valore (record) che aveva toccato nel 2007, ultimo anno prima dell’inizio della più lunga crisi economica che abbia colpito l’Italia (e non solo) negli ultimi decenni.

 

Assobirra_Annual-Report.jpgNon occorre comunque dimenticare che, malgrado la “ripresa”, i consumi di birra nel nostro Paese rimangono agli ultimi posti della graduatoria europea, con un valore pari a meno della metà della media UE (70 litri) e da 3 a 5 volte inferiore a quello dei Paesi in testa alla classifica: Repubblica Ceca (143 litri), Germania (106), Austria (106), Polonia (98).
CONSUMI: SEMPRE PIÙ DOMESTICI E CON UN OCCHIO ATTENTO AI PREZZI
Un altro elemento di riflessione, malgrado la ripresa quantitativa del mercato, è rappresentato dal perdurare di due fenomeni che abbiamo già segnalato negli anni precedenti e che indicano una persistente propensione al risparmio da parte degli italiani nei consumi di birra.
  • Si accentua la prevalenza del consumo in casa rispetto a quello fuori casa. Nel 2016 i consumi di birra Fuori Casa (On Trade) sono stati pari al 41,2% del totale, diminuendo ancora rispetto al 2015 (41,5%), con il restante 58,8% rappresentato dagli acquisti nella distribuzione moderna e tradizionale (Off Trade). È la conferma di un trend in atto da quasi un decennio: nel 2007, ultimo anno prima della crisi, i consumi in bar, ristoranti, pub, ecc. erano pari al 45,5%, quelli domestici al 54,5%.
  • Rimane la preferenza verso i prodotti più economici. Nel 2016 le Specialità (il segmento più di nicchia) hanno rappresentato il 13,3% delle vendite totali. In testa il Main Stream, con il 46%, seguito da Premium (32%), Private Label (6,8%), Economy (1,4%) e Analcoliche (0,5%). L’analisi del trend storico mostra la modifica delle abitudini di acquisto degli italiani: rispetto al 2008 il settore più penalizzato è il Premium, che - malgrado la buona intonazione registrata nel 2016 - in otto anni ha perso circa il 20% di quota di mercato.
L’OCCUPAZIONE DELLA FILIERA RIMANE STABILE. CONTINUANO A CRESCERE I BIRRIFICI ARTIGIANALI
Nel 2016 l’occupazione complessiva nella filiera birraria è rimasta sostanzialmente invariata rispetto all’anno precedente, attestandosi a 137.000 unità, fra addetti diretti (5.350), indiretti (17.400) e indotto allargato (114.250). L’aumento della produzione registrato nello stesso periodo (si veda il prossimo capitolo) è stato dunque ottenuto grazie allo sforzo compiuto dall’intera filiera. In tale contesto va sottolineata la persistente crescita del settore dei birrifici artigianali, la novità più significativa del settore birrario dell’ultimo decennio. Il numero di queste realtà imprenditoriali, in gran parte giovanili e ad alta intensità occupazionale, è più che sestuplicato dal 2008 al 2016, passando da 113 a 718 (dato aggiornato a luglio 2017), cui si aggiungono 225 brew pub.

Birra made in Italy: una ricchezza per il paese, una reputazione al top in europa. Nel 2016 il settore birrario ha segnato il nuovo massimo storico della produzione, con 14,5 milioni di ettolitri, confermandosi un importante asset economico e sociale del sistema Italia, all’avanguardia per Qualità di prodotto e di processo e per Sostenibilità ambientale. Caratteristiche, queste, che pongono la considerazione della birra italiana ai vertici europei.

 

NEL 2016 LA PRODUZIONE HA TOCCATO IL NUOVO MASSIMO STORICO
Nel 2016 la produzione di birra italiana ha superato per la prima volta la soglia dei 14,5 milioni di ettolitri, aggiornando ulteriormente al rialzo (+1,6%) il massimo storico toccato l’anno precedente (14,3 milioni), che a sua volta aveva registrato un significativo +5,7% sul 2014. Da tre anni dunque, già prima che gli altri indicatori economici del Paese volgessero in positivo, il settore birrario nazionale ha ripreso a crescere trovando con successo - come si è visto nel capitolo precedente - all’estero quella parte di clientela che gli veniva a mancare sul territorio nazionale a causa della crisi dei consumi. E la tendenza della prima metà del 2017 conferma il trend, che finalmente può giovarsi della ripresa in atto anche nei consumi domestici.

UN RISULTATO LUSINGHIERO FRUTTO DELL’IMPEGNO DI TUTTA LA FILIERA
I risultati della birra italiana sono stati resi possibili dall’altissima reputazione di cui questa gode, consolidata nel nostro Paese e sempre più in crescita a livello internazionale, e dall’impegno di un settore che - in tutta la filiera - ha sempre continuato, e continua, ad investire con risultati di eccellenza in termini di innovazione, di qualità di prodotto e di processo, di sostenibilità ambientale. Questo lusinghiero risultato è stato raggiunto malgrado, nello stesso triennio, la birra italiana sia stata colpita da un inusitato incremento del carico fiscale (prima della positiva inversione di tendenza registrata dal 1° gennaio di quest’anno. Ma su ciò si veda meglio il capitolo successivo). In soli 15 mesi, da ottobre 2013 a gennaio 2015, le accise sulla birra sono aumentate del 30%, ponendo il nostro Paese ai vertici della classifica nell’Europa continentale: in Germania e in Spagna, ad esempio, le accise sulla birra sono pari rispettivamente ad un quarto e ad un terzo di quelle vigenti in Italia. Non solo: nel mercato domestico la birra rimane l’unica bevanda alcolica da pasto ad essere tassata pagando, addirittura, in proporzione accise più alte dei superalcolici. I frutti dell’impegno profuso dal settore birrario italiano emergono dai numeri: mentre sul fronte dei consumi - come si è visto - l’Italia rimane agli ultimi posti in Europa, su quello della produzione il nostro Paese è al decimo posto (posizione consolidata ormai da molti anni), con il 3,5% della birra prodotta nell’intero continente, davanti a Paesi di grande tradizione birraria quali Austria, Danimarca e Irlanda.

IN ITALIA LA REPUTAZIONE DELLA BIRRA È AL TOP D’EUROPA
Ma c’è un aspetto - di grande significato - in cui l’Italia, o meglio la birra italiana, detiene un primato assoluto in Europa: la reputazione fra i consumatori. Un aspetto di tipo qualitativo, ma che è stato misurato scientificamente dallo studio pubblicato nell’ottobre 2016, dal titolo “Perceptions about Beer and Breweries in Europe”, realizzato da Reputation Institute per conto di The Brewers of Europe, l’organismo che riunisce le associazioni nazionali dei produttori di birra di 29 Paesi europei, fra cui AssoBirra.
Premesso che il punteggio medio della reputazione della birra nei Paesi UE è stato di 65, con oscillazioni che vanno da 50 a 78,2 (un punteggio oltre 70 è considerato “strong”), il valore più alto è stato registrato proprio dall’Italia (78,2), seguita da Bulgaria (78,1), Spagna (76,7), Polonia (75), Romania (74,1), Slovacchia (73,4) e Repubblica Ceca (72,8). Di più: Italia e Spagna sono i soli due Paesi in cui l’apprezzamento della birra è superiore a quello del vino (75,7 in Italia, 73,7 in Spagna). Ancora: mentre in genere l’apprezzamento della birra è maggiore fra gli uomini che fra le donne, Italia e Spagna - di nuovo - fanno eccezione: nel nostro Paese il valore è identico per i due sessi (78,2), mentre in Spagna le donne (77,2) superano gli uomini (76,2).

 

Fonte Assobirra

24/11/2017

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